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PRIMA DI TUTTO L’UOMO PDF Stampa E-mail
Lunedì 14 Febbraio 2011 00:00

Poeti e santi mi riempiono sempre di meraviglia


Anni fa, quand’ero postulante, andavo rovistando nella stanza che si trova tra i due chiostri, che allora faceva da biblioteca, e un po’ da ripostiglio: oggetti, quadri, strumenti musicali, dischi, cianfrusaglie, una stanza dove ci si poteva credere al mercato delle pulci. Entrando, si avvertiva un odore di rinchiuso e di gatti che s’intrufolavano dentro. Fra i tanti libri, buttati lì alla rinfusa sugli scaffali, ne trovai uno in cui c’era una cartolina con su scritto questo:

PRIMA DI TUTTO L’UOMO

 

Non vivere su questa terra

come un estraneo

o come un turista della natura.

Vivi in questo mondo

come nella casa di tuo padre:

credi al grano, alla terra, al mare

ma prima di tutto credi all’uomo.

Ama le nuvole, le macchine, i libri

ma prima di tutto ama l’uomo.

Senti la tristezza del ramo che secca

dell’astro che si spegne

dell’animale ferito che rantola

ma prima di tutto

senti la tristezza e il dolore dell’uomo.

Ti diano gioia tutti i beni della terra

l’ombra e la luce ti diano gioia

le quattro stagioni ti diano gioia

ma soprattutto, a piene mani

ti dia gioia l’uomo!

 

Era l’ultima lettera che il poeta turco Nazim Hikmet inviava a suo figlio, un poeta che allora non conoscevo, e che poi ho imparato a conoscere. Fra le sue poesie ne trovai una, straordinaria, terribile, del 1948, che traduco dal francese e che Yves Montand interpretava come lui solo sapeva fare durante i suoi concerti. Riascoltandolo su cd la sua voce mi si conficca dentro come una lama, squarciando il velo delle mie ipocrisie, smascherandomi.Ho trovato questa poesia in un volumetto: “C’est un dur métier que l’exil…” (ed. Le Temps des Cerises), tratta da RUBAÏS –1945.

Il rubaï è una forma arabo-persiana che solo i grandi poeti hanno saputo padroneggiare, usata di preferenza per esprimere un pensiero filosofico. Eccola:

LA PIÙ BUFFA DELLE CREATURE

Come lo scorpione, fratello mio,

tu sei come lo scorpione

in una notte di spavento.

Come il passero, fratello mio,

tu sei come il passero

nella sue minute inquietudini.

Come la cozza, fratello mio,

sei come la cozza

rinchiusa e tranquilla.

Sei terribile, fratello mio,

come la bocca d’un vulcano spento.

E tu, purtroppo, non sei solo, non sei cinque,

ma dei milioni.

Sei come il pecorone, fratello mio,

quando il boia vestito della tua pelle

quando il boia alza il bastone

tu ti affretti a rientrare nel branco

e vai al macello correndo, quasi fiero.

Sei la più buffa delle creature, insomma,

più buffo del pesce

che vive nel mare senza sapere il mare.

E se c’è tanta miseria sulla terra

è grazie a te, fratello mio,

Se siamo affamati, sfiniti,

se siamo scorticati fino al sangue,

pigiati come il grappolo per dare il nostro vino,

non andrò fino a dire che è colpa tua, no,

però in gran parte tu c’entri, fratello mio.

Ognuno di noi - in questi liberi versi - potrebbe specchiarsi, e qua e là riconoscersi.

Nazim Hikmet è nato a Salonicco il 20 novembre 1902, ed è morto a Mosca il 3 giugno 1963. Poeta turco, naturalizzato polacco. Marxista, è condannato per le sue idee. Fu uno dei più grandi poeti a denunciare i massacri degli armeni avvenuti tra il 1915 e 1922. Amico di Neruda e allievo di Majakovkij. Oppositore al regime di Kemal Ataturk è condannato a 28 anni di carcere (1938). E all’epoca, fors’anche ancora oggi, le carceri in Turchia erano un inferno, come si è visto nel film Fuga di Mezzanotte – Midnight Express - del regista Alan Parker, una storia vera che risale al 1974. Torturato, umiliato – racconta Neruda – Nazim cantava in mezzo agli escrementi delle latrine dove lo avevano costretto a stare dopo averlo fatto camminare fino all’esaurimento delle forze, cantava per vincere la sua debolezza e rispondere ai suoi torturatori. Di fronte a certe vite, che dire? Se non che mi sento ben poca cosa,  e mi vien da pensare che nessuno ha il monopolio del martirio.

Liberato nel 1949, Nazim Hikmet passò la sua vita in esilio. Nei suoi versi troviamo tutto ciò che di più bello e di più brutto c’è nell’uomo. Poeta engagé è anche poeta dell’amore. Sempre nel volumetto citato sopra, questi versi:

Il più bello dei mari

è quello che non navighiamo.

Il più bello dei nostri figli

non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni

non li abbiamo ancora vissuti.

E quello che vorrei dirti di più bello

non te l’ho ancora detto.

 

In quest’altra poesia forse si rivolge a una beneamata reale, sua moglie, che si confonde con l’ideale per cui è in prigione:

 

Che sta facendo adesso,

adesso, in quest’istante?

E’ a casa? Per la strada?

Al lavoro? In piedi? Sdraiata?

Forse sta alzando il braccio?

O mia rosa,

come appare in quel movimento

il polso bianco e rotondo!

Che cosa sta facendo adesso,

adesso, in quest’istante?

Un gattino sulle ginocchia

lei lo accarezza.

O forse sta camminando.

Ecco il suo piede che avanza.

O i tuoi piedi, i tuoi cari piedi,

piedi che mi camminano sull’anima,

piedi che illuminano i miei giorni bui.

A che sta pensando?

A me? O…chi sa,

ai fagioli che non vogliono cuocere?

O forse si sta domandando

perché tanti uomini sulla terra

sono così infelici.

Che sta facendo, che sta facendo adesso,

in quest’istante?

 

Chi non ha mai immaginato così la sua beneamata quando ne è lontano? Ma gli ultimi versi indicano un’anima che, pur presa dal ricordo di lei, soffre e abbraccia tutta l’umanità.

*

Poeti e santi mi riempiono sempre di meraviglia.

Come vivremmo senza di loro?

Senza la santità, la poesia?

Il vuoto sarebbe spaventoso.

Sarebbe già soltanto l’inferno.

 

Goethe diceva:

“Si dovrebbe, almeno ogni giorno, ascoltare qualche canzone, leggere una bella poesia, vedere un bel quadro, e, se possibile, dire qualche parola ragionevole”.